Se fossero soltanto “lavoretti” quelli di rider e fattorini meriterebbero tanta attenzione dalle multinazionali? È necessario partire da questa domanda per affrontare il tema caldo della cosiddetta gig economy al primo posto nell’agenda del vice premier e ministro del lavoro Luigi Di Maio.

La domanda aiuta poi ad osservare da vicino gli altri soggetti della possibile contrattazione collettiva che sembra l’obiettivo della strategia di Di Maio, anche se i bellicosi e iniziali annunci e propositi di principio hanno ceduto il passo a toni più smorzati verso i datori di lavoro. Scelta prudente e saggia che corrisponde all’indispensabile allargamento di nuovi soggetti al tavolo di negoziazione.

Primi fra tutti i sindacati, assenti colpevolmente distratti, se non addirittura consapevolmente responsabili della caduta di tutele e diritti per categorie di lavoratori storicamente inseriti nei contratti di lavoro o del commercio o della logistica (il primo più remunerativo dell’altro).

Questa considerazione ci porta cosi alla domanda iniziale, cioè all’interesse sempre più massiccio delle multinazionali a conquistare una fetta del mercato del lavoro resa precaria non da un vuoto legislativo e normativo, quanto dai rapporti di forza che la crisi occupazionale ha spostato a vantaggio di una parte sociale ben individuabile, quella dell’imprenditoria globalizzata.

In questo squilibrio devastante per i lavoratori anche sul piano culturale e giuridico, i governi italiani che si sono succeduti hanno offerto risposte inadeguate o contraddittorie al contrasto della precarizzazione – a dare credito ai numeri, anche se l’Istat ha rilevato un aumento di occupati a tempo determinato, cui non corrisponde una pari crescita delle ore lavorate – mentre i sindacati confederali si sono sostanzialmente disinteressati del problema.

Risultato non estraneo al disinteresse reciproco dei lavoratori per loro. Non a caso la prima vertenza dei rider Foodora, avvenuta a Torino con lo sciopero nell’ottobre del 2017, è stata gestita in modo del tutto autonomo dai diretti interessati, senza alcuna copertura sindacale.

A questo punto, con l’iniziativa del ministro del Lavoro, i sindacati si ritrovano ad un bivio: o si spendono in prima persona per imporre alle controparti tendenzialmente recalcitranti la contrattazione oppure sarà quasi doveroso che il governo promuova un intervento legislativo.

In conclusione: pur considerando le dimensioni numericamente limitate della categoria, la vicenda dei rider si candida a diventare un serio banco di prova della capacità dei sindacati di riprendersi un ruolo nella tutela dei diritti dei lavoratori.

In caso contrario correrebbero il rischio di diventare agli occhi di un numero sempre maggiore di lavoratori un mero ente di servizio, residuale nel mondo del lavoro, sideralmente distanti da quel proposito che si sta trasformando in un esasperato mantra: essere riconosciuti come corpi intermedi della società.