di Moreno D’Angelo

Al giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Peronaci, impegnato da anni con passione sul caso di Emanuela Orlandi, in prima linea con i comitati sorti per avere verità e giustizia sulla quindicenne, figlia di un messo pontificio, sparita il 22 giugno 1983, abbiamo rivolto alcune domande. Il momento è molto particolare: si è passati dalla delusione per l’archiviazione dell’inchiesta al dibattito aperto dal recente film, fino alle nuove speranze, legate a notizie diffuse dallo stesso Peronaci nel gruppo Facebook “Giornalismo Investigativo”, da lui fondato. Il giornalista, nel libro “Il Ganglio” (Fandango, 2014), ha ricostruito dettagli, stranezze e depistaggi dell’intera vicenda, partendo dal memoriale del discusso fotografo Marco Fassoni Accetti, calando il rapimento di Emanuela e della coetanea Mirella Gregori (scomparsa 7 maggio 1983) nel contesto della Guerra fredda e dell’intransigente anticomunismo di Karol Wojtyla.

“Game over”. Così aveva iniziato un suo amaro commento dopo l’archiviazione ad opera del gip di Roma, su richiesta del procuratore Giuseppe Pignatone. Dopo la delusione paiono aprirsi delle inaspettate speranze per l’arrivo di nuove testimonianze. Ci sono davvero sorprese in arrivo?

Il caso Orlandi resta formalmente chiuso, ormai archiviato. Manca solo l’ultimo sigillo tombale, la pronuncia del gip sulla richiesta di proscioglimento dalle accuse di calunnia e autocalunnia del supertestimone Marco Accetti, che la giustizia italiana – con la sola eccezione del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, non a caso esautorato – ha fatto di tutto per non prendere in considerazione. Il filo che Accetti porgeva, d’altronde, portava dritto agli intrighi e alle responsabilità di ambienti della Chiesa e dei servizi segreti dei primi anni Ottanta. Non dimentichiamo che il fotografo parla anche delle complicità, mai chiarite ma indubbie, nell’attentato a Wojtyla. Inevitabile che il combinato disposto di due ragioni di Stato convergenti abbia indotto tutte le autorità, e con esse un’informazione corriva, a voltarsi dall’altra parte. Con un paradosso ulteriore, quasi comico: prima, al momento di archiviare l’inchiesta Orlandi-Gregori, si è sostenuto che Accetti era inaffidabile e mitomane; poi, pur di non farlo entrare in un’aula giudiziaria, dove potrebbe lasciar scolpite verità scomode, la Procura ha affermato che le accuse di calunnia e autocalunnia da essa stesse mosse erano infondate. Non è singolare? Ma allora il supertestimone dice la verità? Se è così, perché l’inchiesta su Emanuela è stata chiusa?

Queste contraddizioni riguardano l’iter giudiziario passato. Ma quali sarebbero le novità imminenti?

Ci stavo arrivando. Fatto tabula rasa di tutte le piste percorse, l’unica speranza per fare luce sulla scomparsa delle ragazze, che va a pieno titolo inserita, ripeto, nei ricatti all’ombra del Cupolone al tempo della Guerra Fredda, dipende da spunti nuovi e significativi che dovessero venire alla luce. Uno, effettivamente, sta emergendo: si tratta della testimonianza di una personalità ecclesiastica, residente fuori dalla capitale, che fu informata dei fatti e si dice a conoscenza del trasferimento di Emanuela verso nord, in un’auto. Il lavoro di approfondimento, che sto svolgendo con un collega, è in una fase cruciale: alcuni elementi genuini, degni di valutazione giudiziaria, sono peraltro giunti al Gruppo facebook di Giornalismo Investigativo nei giorni scorsi

Ma il religioso rintracciato oggi conoscerebbe con esattezza la sorte delle ragazze?

In attesa dei riscontri, è necessario il massimo riserbo. Questa persona conferma il movente politico del doppio sequestro di Emanuela e Mirella, parla dell’incendio di un’automobile nel nord Italia e di un passaggio da Bologna, attribuisce ad Accetti un ruolo in alcuni frangenti e soprattutto chiama in causa due ambienti: quelli della diplomazia francese e di una congregazione mai spuntata nel giallo Orlandi-Gregori, i Benedettini. Altro, per ora, non si può dire

Dopo anni di strettissima collaborazione sembra essersi incrinato il rapporto con Pietro Orlandi, il fratello, con il quale ha scritto “Mia sorella Emanuela”, nel 2011. Non è che con l’archiviazione, dopo 33 anni di lotte, sia prevalso il senso di sconforto?

No, la motivazione è immutata e non c’è niente di personale, ovviamente. Nei confronti di Pietro e degli altri familiari continuo a nutrire sentimenti di affetto e solidarietà. Si è verificata una divergenza su valutazioni importanti, questo sì. Lui continua a ritenere che ogni pista contenga un pezzetto di verità, e quindi che valga la pena percorrerle tutte, io penso che ciò sia dispersivo e soprattutto faccia comodo a chi la verità non la vuole. Mi pare assurdo che oltre 30 anni dopo, saltato fuori un personaggio come Accetti, che lo stesso Pietro ritiene abbia avuto un ruolo, seppure marginale, nella vicenda, si preferisca parlare d’altro. Ma come, abbiamo per le mani il rapitore di Emanuela e preferiamo accreditare l’idea che sia un mitomane del tutto all’oscuro dei fatti? Perché? Ciò anche molti sostenitori delle campagne per la verità, vicini alla famiglia, stentano a capirlo”.

Lei pare convintissimo della partecipazione del fotografo al doppio sequestro. Su quali elementi?

Stando a quel che Marco Accetti ha fatto emergere in 13 interrogatori e nel suo memoriale, la fisiologia di un sistema giudiziario efficiente prevede un processo, di fronte a una Corte d’assise, per verificare quanto raccolto in istruttoria. Tutto qua. E’ prematuro dire oggi se sia colpevole o un sopraffino sceneggiatore. Di certo, esistono indizi robusti a favore dell’ipotesi che il flauto da lui consegnato sia effettivamente quello di Emanuela, che sia stato lui il telefonista a casa Orlandi e in Vaticano, ancora lui a ordinare a una ragazza di scrivere alcune lettere di rivendicazione, tuttora disponibili per la perizia grafologica, e a un’altra persona a lui vicina di spedirle da Boston. Non basta, sempre Accetti ha rivelato i retroscena di almeno altre tre oscure storie: la morte nell’ottobre 1983 di Paola Diener, figlia trentenne del capo dell’Archivio segreto vaticano; l’omicidio di Kathy Skerl, la diciassettenne figlia di un regista pornosoft, uccisa nel gennaio 1984, a suo dire, dalla fazione opposta a quella in cui era stato ingaggiato; e infine la scomparsa mai chiarita di Alessia Rosati, una ventiduenne di estrema sinistra abitante a Montesacro, di cui non si hanno notizie dal 1994.

Nel suo volume “Il Ganglio” si inquadra l’intera vicenda nell’ambito di un feroce scontro tra due fazioni in Vaticano sulla politica di papa Wojtyla. Questo con circostanze e dettagli molto precisi, su cui aleggia un contorno di misticismo per il ricorso dei rapitori a codici legati alla data dell’apparizione della Madonna di Fatima. Perché questa tesi è così osteggiata, senza un serio contraddittorio, e poco compresa?

Perché il nostro Paese ancora oggi, un terzo di secolo dopo, non riesce a fare i conti con il proprio passato. E, in secondo luogo, per una sorta di soggezione al nostro vicino d’Oltretevere nella rilettura storica dei fatti, specie quelli che coinvolgono la Santa Sede. Wojtyla vinse la sua battaglia contro il comunismo, è indubbio. Ma ciò ebbe un prezzo, in tanti casi sottovalutato o, peggio, tenuto nascosto. Restando al caso Orlandi-Gregori, tale prezzo fu rappresentato dal gioco di pressioni, ricatti e dossieraggi che è costata la vita a due fanciulle innocenti”.

Quale fu a suo avviso il movente preciso, al di là di messinscene e depistaggi?

L’obiettivo del Ganglio era contrastare la politica anticomunista del papa polacco, che proprio nel periodo dei due sequestri puntava molto sulla cosiddetta ‘pista bulgara’ in relazione all’attentato del 1981, con il fine di dare la spallata finale a Mosca. Far passare nell’opinione pubblica mondiale l’idea che dietro le revolverate di piazza San Pietro ci fosse la mano dell’Est, della Russia, sarebbe stato un punto fondamentale per l’asse Vaticano-Usa, nella furiosa partita in corso. L’esecrazione contro i comunisti sarebbe stata planetaria. Il gruppo a favore di un dialogo conciliante con i “rossi”, quello della Ostpolitik del cardinale Casaroli, al quale Accetti era in qualche modo legato, era quindi molto contrariato dalle accuse alla Bulgaria

E dunque, in concreto?

La strategia ideata, molto raffinata, fu la seguente: allontanando da casa le due ragazze, si sarebbe fatto credere ad Alì Agca che i due Stati (Vaticano e Italia) si sarebbero dati da fare, in cambio della liberazione di Emanuela e Mirella (una di cittadinanza vaticana, l’altra italiana), per favorire la sua scarcerazione, attraverso un provvedimento di grazia. Ma a monte c’era una condizione precisa: che il Lupo grigio smentisse le accuse ai funzionari di Sofia di complicità nell’attentato, secondo molti ‘imbeccate’ dai servizi segreti occidentali. Cosa che, guarda caso, avvenne! Solo sei giorni dopo la sparizione di Emanuela, il 28 giugno, il turco, sorprendendo tutti, ritrattò e iniziò a smontare il castello contro i bulgari, che infatti nel successivo processo istruito dal giudice Martella furono assolti. E Agca, anche se molti anni dopo, nel Duemila, la grazia la otterrà davvero. Tutto ciò dimostra la correlazione degli eventi

Dopo 33 anni è ancora così drammatico scoprire la verità sul caso Orlandi ed è meglio metterci una pietra sopra?

Il procuratore aggiunto Capaldo era giunto a delineare un contesto storico, un ipotetico movente e un quadro indiziario molto ricco, fondato sull’esame del ruolo avuto dalla banda della Magliana, dei legami tra ambienti ecclesiali e malavita e sulla confessione-autoaccusa di Marco Accetti. Lo scenario delineato era concreto, e meritevole di un vaglio dibattimentale. Ebbene, il problema è che tale prospettiva era troppo pericolosa per ciò che avrebbe svelato. Il sistema nel suo complesso, statuale, politico, giudiziario, mediatico, non ha avuto il coraggio di misurarsi con l’orribile tempo delle trame e delle logge che fece da cornice alla doppia scomparsa. Processare Marco Accetti e gli altri 5 indagati, monsignor Vergari, Sabrina Minardi e tre ex esponenti della “mala”, avrebbe comportato la riscrittura di un pezzo inesplorato di storia, legato ad alcune tra le vicende più oscure del Novecento: l’attentato a Wojtyla, l’appoggio vaticano a Solidarnosc, l’uso politico di Agca nella Guerra Fredda, l’omicidio di Calvi, le malversazioni di Marcinkus allo Ior

Anche il recente film “La verità è in cielo” non pare, come era stato da lei previsto, che abbia portato elementi in grado di capire quali siano le reali motivazioni di questa tragedia italiana

Ho avuto un cortese scambio via mail con il regista Roberto Faenza, che mi aveva chiesto una motivazione del giudizio negativo. Ebbi modo di scrivergli che una trama incentrata sulla banda della Magliana, oltre che essere limitativa, mi pareva potesse danneggiare i tentativi di accertamento dei fatti. La verità va cercata a un livello superiore, legato al contesto storico-politico, e invece ho ascoltato Faenza sostenere testualmente, in un’intervista tv, che Emanuela fu rapita dalla malavita romana. Dove l’ha letto? Dove sta scritto? In quali atti? Ripeto: è stato a mio avviso un errore fatale concentrare l’attenzione sul boss Renatino De Pedis, tanto più dando alla storia un risvolto commerciale, con la presenza di attori famosi. Ciò ha consentito di abbassare il profilo politico-istituzionale dell’accaduto, che è esattamente ciò che si aspetta chi vuole insabbiare il caso

Una curiosità. Al di là del lavoro giornalistico, cosa è che l’ha portata a essere tanto coinvolto in questo grande mistero?

Io c’ero, quando Emanuela sparì. Frequentavo il primo anno di Scienze Politiche e ricordo come fosse ieri il manifesto all’uscita della galleria gommata della stazione Termini, con il volto pulito della ragazza con la fascetta, mentre andavo e tornavo dalla città universitaria. La storia colpisce nel profondo e smuove paure inconsce, la scomparsa, il mancato ritorno a casa, l’inferno dell’attesa dei familiari. Ma al tempo stesso è una vicenda che intercetta e porta alla luce il tragico non detto di un periodo storico che ha segnato almeno un paio di generazioni: la trame, le reticenze, i depistaggi, gli affari e gli omicidi di Stato. Chi svolge il mestiere di giornalista animato da passione civile, davanti alla tragedia di Emanuela e Mirella non può voltare lo sguardo.