di Moreno D’Angelo

Archiviazione. Fino all’ultimo i comitati per la verità sulla sparizione di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori avvenute il 22 giugno e il 7 maggio 1983 avevano sperato in un altro esito ma dopo 32 anni oggi la magistratura romana finalmente si è espressa con un provvedimento di archiviazione che è stato firmato dal gip Giovanni Giorgianni su richiesta del procuratore Giuseppe Pignatore e dei Pm Simona Maisto e Ilaria Calò. La motivazione: «Mancanza di precisione e coerenza nel materiale investigativo raccolto».
In questo modo è stata respinta l’istanza portata avanti dai familiari delle due ragazze, che all’epoca dei fatti avevano quindici anni, contro la chiusura del caso e viene così messa la parola fine su quel filone d’inchiesta, aperto nel 2008, che coinvolgeva la Banda della Magliana.
L’archiviazione chiude le inchieste su ben sei indagati per concorso in omicidio e sequestro di persona: a cominciare dai supertestimone Marco Fassoni Accetti,  funambolico fotografo autoaccusatosi di aver preso parte ai due rapimenti, (legato a una fazione “il ganglio” che si opponeva alla linea anticomunista di papa Woytjla nel clima di guerra fredda a cavallo di quegli anni), monsignor Pietro Vergari, ex rettore della basilica di Sant’Apollinare (dov’era stato seppellito il boss Enrico De Pedis detto Renatino, esponente della banda della Magliana  scomparso nel 1990). A questi si aggiungono gli esponenti della banda della Magliana Sergio Virtù, autista di Enrico De Pedis, Angelo Cassani, detto “Ciletto”, Gianfranco Cerboni, “Giggetto”. E infine sono le presunte rivelazione  dell’altra supertestimone  Sabrina Minardi,  ex moglie del calciatore Bruno Giordano e amante del de Pedis. La donna, secondo quanto raccolto dagli inquirenti, affermò che fu lei a prelevare Emanuele presso un bar del Gianicolo e poi la accompagnò nei pressi del vaticano consegnandola a una persona in abito talare.  Secondo il suo racconto vi fu anche un ulteriore incontro tra lei e l’ostaggio in una villa a Torvajanica. La Minardi intervenne anche riportando   una sua versione sugli ultimi momenti della ragazza, secondo la quale la povera Emanuela fu uccisa e il suo corpo fu fatto sparire nella betoniera di un cantiere.  Per questa discussa testimone l’azione di Renatino de Pedis avvenne sotto l’ordine di Marcinkus, l’uomo all’epoca a capo dello Ior.
«Arrivai al bar del Gianicolo in macchina (…)  – racconta la Minardi agli inquirenti – Renatino mi aveva detto che avrei incontrato una ragazza che dovevo accompagnare al benzinaio del Vaticano. Arriva ‘sta ragazzina: era confusa, non stava bene, piangeva e rideva. All’appuntamento c’era uno che sembrava un sacerdote: scese da una Mercedes targata Città del Vaticano e prese la ragazza. A casa domandai: A Renà, ma quella non era… Se l’hai conosciuta, mi rispose, è meglio che te la scordi. Fatti gli affari tuoi». «Poi – aggiunge Minardi – a De Pedis chiesi: ‘in mezzo a che impiccio mi hai messo’, e lui rispose ‘nessun impiccio». “Di li a pochi giorni – ha detto ai pm – tentarono di rapire mia figlia, chiamai immediatamente Renato e mi disse ‘se ti sei scordata quello che hai visto non succederà niente a tua figlia’. In effetti, fino a oggi non le è successo nulla” però “ho un po’ di timore, perché è vero che Renato è morto, ma ci sono altre persone…».