Toni eccessivi, ma può capitare”. Questa la frase che circola oggi sui principali quotidiani italiani con la quale il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha liquidato le offese e intemperanze del suo vice e ministro del Lavoro Luigi Di Maio rivolte ai giornalisti. A quella serie di improperi e parole triviali, Palazzo Chigi risponde in forma stringata, quasi a voler attribuire il minor peso specifico ad una questione che gli reca più nocumento che onori. Reazione comprensibile in cui il diretto interessato avverte un indiretto picconamento (l’ennesimo) alla propria autorevolezza, già messa ripetutamente in discussione dai comportamenti dei due capi della coalizione che lo sostiene, appunto Di Maio per i Cinquestelle e Matteo Salvini per la Lega. All’opposto, meno, per non dire poco o nulla, si avverte della preoccupazione per la libertà di stampa che nel nostro Paese è sì data in perpetuum dalla Carta Costituzionale (articolo 21), ma che sarebbe pericoloso affidare una tantum alla coscienza personale se non dovesse essere sorretta e nutrita quotidianamente da comportamenti adeguati nella vita civile. Comportamenti che oggi latitano, ma che sarebbe semplicistico addebitare soltanto ai Cinquestelle o allo stile primigenio del loro vate Beppe Grillo, signore incontrastato nel “rutto libero“ e sproloqui contro i giornalisti, ma mai adeguatamente contrastato dalle sue vittime o, come sarebbe stato giusto, immediatamente denunciato anche sul piano penale dall’Ordine nazionale della Stampa.

Grillo, Di Maio e Alessandro Di Battista, quest’ultimo distintosi due volte, sia con una prima attenzione alla categoria bollata come rigurgitante di “pennivendoli” e “puttane”, sia con una sua personalissima lista di proscrizione al rovescio (i colleghi meritevoli del titolo di “giornalisti liberi”), sono invero gli ultimi prodotti di una lunga serie di personaggi che calca lo spazio politico affannandosi – prima, durante e dopo l’agognato potere – a individuare come capro espiatorio l’Informazione. E se vogliamo, offrono prodotti lessicali, semantici e introspettivi banali per il loro linguaggio scontatamente triviale. A meno di non volerlo considerare un supplemento di assoluto disprezzo verso il giornalismo, tale da non meritare neppure un parto della fantasia.

Ciò che all’opposto fece Massimo D’Alema nel punto più alto dell’odio verso il suo doppio giornalista (era stato direttore per nulla felice de l’Unità nell’ultimo scorcio degli anni Ottanta), quando coniò il termine “iene dattilografe” e altri siparietti come “i giornali vanno lasciati nelle edicole” che lugubremente anticiparono la disaffezione verso la carta stampata. E che dire di Silvio Berlusconi che passò direttamente dalla parole ai fatti con il suo diktat “bulgaro” epurando la Rai Tv delle figure di Enzo Biagi e Michele Santoro, accusati di “uso criminoso” del piccolo schermo pubblico? Episodi che pur collocati in un passato prossimo, testimoniano il controverso rapporto tra informazione e politica. Eppure oggi con partiti quasi inesistenti sotto il profilo organizzativo e strutturale, la politica senza informazione non esisterebbe. Un paradosso che trascina i professionisti della politica e gli aspiranti o novizi a volere un’informazione addomesticata, docile, trampolino di lancio per le loro attività e loro carriere.

Ma questo non significa che ci si ritrovi dinanzi ad un regime che manipola e manovra le masse con aggressività verbale, utilizzando – paradosso della conseguenza – la stessa stampa che tanto si depreca. Piuttosto si è dinanzi a persone che scientemente o per stupidità (utili idioti) danno fiato ai denti per scavare ulteriormente quel fossato intellettuale tra chi continua a credere nel sapere e nella crescita individuale da porre al servizio della collettività e chi ha la presunzione di sapere e quel sapere lo misura col rifiuto a confrontarsi sul piano scientifico tout-court con chi ha un’opinione diversa dalla sua. Un pericolo comunque per la democrazia laddove ci si abitua a considerare normale la violenza delle parole riversata sui giornalisti esattamente come lo fu il manganello dei ras fascisti e dei suoi mazzieri che si riversò negli anni Venti del Novecento sugli oppositori politici, sulle Leghe contadine e i sindacati operai.

Ora la categoria è insorta, ma in ritardo e nell’assenza di una strategia comune per contrastare un fenomeno che in Italia (come all’estero) mira ad alterare la missione stessa dell’informazione e a spogliarla della sua funzione di sentinella della democrazia. Quel ritardo andrebbe recuperato, ma con chi? I giornalisti come i politici, i medici, membri di altre categorie professionali possono essere bravi o meno, onesti oppure no. Non sono santi. In mezzo a colleghi di Report come Federico Ruffo, che ha subito un grave attentato ad Ostia, proliferano altri che interpretano la professione solo e unicamente come posizione di rendita e immagine.

Storicamente, la libertà di stampa in Italia è stata presidiata soprattutto da grandi gruppi industriali, non da filosofi, giuristi o intellettuali con belle idee, alcuni dei quali squattrinati. In questa cornice è bene che i giornalisti siano sottoposti a critiche, come tutti. E che rispondano personalmente, senza insurrezioni, anche delle stupidaggini e delle falsità che per distrazione o malafede scrivono.