Jeremy Corbyn è un leader (per certi aspetti improbabile) che pare sempre sull’orlo della inevitabile sconfitta ma che poi si salva in maniera inaspettata.

Alla fine della primavera del 2015, quando dopo la sconfitta elettorale subita dal Labour alle elezioni politiche il leader Ed Miliband si dimette, Jeremy Corbyn annuncia la sua candidatura per il congresso del partito laburista ma gli manca il sostegno di un numero sufficiente di parlamentari e sembra che all’ultimo non sarà in grado di partecipare alla competizione aperta agli iscritti e militanti. All’ultimo momento utile, a sorpresa, trova le firme mancanti e, buon ultimo, entra a far parte della competizione che stravincerà, lasciando a bocca aperta tutti i commentatori britannici e non solo.

Dopo un anno turbolento in cui il proprio gruppo parlamentare mal tollera il suo leader, a seguito dell’inaspettato risultato referendario sulla Brexit, a inizio luglio del 2016 il gruppo parlamentare laburista prova la spallata: oltre cento MPs (Member of Parliament) votano una mozione di sfiducia. Il destino di Jeremy sembra segnato, ma lui non si arrende: convoca un altro congresso in cui si presenta da leader uscente e lo stravince con un risultato ancora migliore rispetto al 2015.

Stabilito il fatto che, per il momento, nessuno può sfidarlo all’interno del suo partito, Corbyn deve affrontare la sfida dell’opposizione al Governo di Theresa May. I sondaggi sono disastrosi, all’inizio del 2017 il Labour è dato a venti punti di distacco dai Tories guidati da una May spavalda, decisa a condurre le trattative con l’Unione Europea con l’idea di poter ricattare i 27 paesi di un’uscita unilaterale «No deal is better than a bad deal» diceva la Primo Ministro in quei giorni: uscire senza accordo è meglio di uscire con un brutto accordo.

Nel maggio 2017 si tiene una tornata elettorale amministrativa che i Tories stravincono, il destino di Corbyn sarebbe segnato, questa volta il gruppo parlamentare avrebbe tutti gli elementi per mandarlo a casa dopo una prova elettorale così deludente. Ma poche settimane prima, smentendo tutte le promesse fatte, Theresa May ha indetto elezioni politiche anticipate per l’8 giugno 2017 e di certo il Labour non può cacciare il suo leader in piena campagna elettorale. Corbyn fa una campagna elettorale tutta all’attacco, con un manifesto elettorale radicalmente di sinistra quasi privo di ogni compromesso rispetto alle sue idee socialiste.

Inizialmente il manifesto viene definito un libro dei sogni destinato a fare la fine di quello del 1983, il manifesto che venne definito “la lunga lettera di un suicida” e che condusse il Labour ad una sconfitta storica – la seconda di fila – contro Margaret Thatcher. Ma nel maggio 2017 le piazze si riempiono di gente (e di giovani) per Corbyn, ovunque vada viene accolto da un coro che è diventato un vero e proprio tormentone, le persone si mettono in fila per farsi un selfie, mentre Theresa May rifiuta il confronto con lui e si chiude in piccoli eventi con poche persone attorno a lei. Il risultato elettorale sorprende tutti: i Tories ottengono un clamoroso 42%, uno dei migliori risultati della loro storia in termini percentuali, ma il Labour li tallona al 40% con il miglior incremento di voti da un’elezione all’altra dai tempi di Clement Attlee nel 1945. Soprattutto il Labour, aumentando in modo considerevole la propria compagine parlamentare con ben 30 parlamentari in più, azzoppa la maggioranza dei Tories che pur essendo il primo partito non sono in grado di formare il governo senza una improbabile coalizione con il DUP un piccolo partito della destra Nord Irlandese.

Comincia così un periodo esaltante per Corbyn e il calvario di Theresa May che da quel momento in poi troverà sempre più difficoltà a far passare leggi in parlamento ma soprattutto affronterà da “anatra zoppa” le trattative con Bruxelles: troppo debole sul piano interno per essere una leader con il pugno di ferro sui tavoli con l’Unione, con il risultato di portare poi a casa un accordo molto svantaggioso per il Regno Unito che, infatti, viene bocciato tre volte dal Parlamento di Westminster.

Lo stallo per le trattative però indebolisce agli occhi dell’elettorato il sistema politico di Westminster: i due principali partiti non riescono a sbloccare la situazione perché il Parlamento boccia l’accordo della May ma allo stesso tempo non riesce a trovare la maggioranza su nessuna proposta alternativa.

In questa fase confusa ritorna in auge Nigel Farage, sparito nel nulla dopo essere stato il grande vincitore del referendum sulla Brexit. Farage che nel 2016 aveva persino abbandonato il partito di cui era leader, lo UKIP, ha nel frattempo fondato un nuovo partito, il Brexit Party. Nei sondaggi vola, viene dato oltre il 30%. Intanto il Labour subisce una – seppur piccola – scissione con alcuni parlamentari che abbandonano il gruppo laburista principalmente in contrasto sulle posizioni giudicate troppo blande in opposizione alla Brexit. I fuoriusciti vogliono che si tenga un nuovo referendum sulla Brexit.

Le elezioni europee del maggio 2019 confermano – per una volta – i sondaggi: Nigel Farage è il grande vincitore con il 30.5%, al secondo posto i LibDem con quasi il 20% e il Labour fermo al terzo posto con uno striminzito 13%. Per i Tories è una vera e propria Caporetto: scavalcato persino dai Verdi, il partito di governo si ferma all’8,8% con il peggior risultato della propria storia.

Theresa May annuncia dunque le sue dimissioni, dando il via al congresso conservatore al momento in corso e che si concluderà il 22 luglio con, quasi certamente, l’incoronazione dell’altro grande campione della Brexit: l’ex sindaco di Londra ed ex Ministro degli Esteri Boris Johnson.

Un’altra volta Jeremy Corbyn sembrava spacciato: mancava solo l’occasione per l’ennesimo tentativo di spallata, occasione che si sarebbe presentata il 6 giugno con una elezione suplettiva nel collegio di Peterborough, che nel 2017 il Labour aveva strappato ai Tories per soli seicento voti.

Poche settimane prima quel collegio aveva premiato il Brexit Party anche perché nel 2016 quell’area aveva votato a stragrande maggioranza per lasciare l’Unione Europea. Tutti i commentatori sono unanimi: se il Labour perderà – come dicono i sondaggi – il seggio di Peterborough, sarà la prova provata che le posizioni sulla Brexit di Corbyn non convincono gli elettori laburisti né delle zone che hanno votato leave che votano Brexit, né di quelle che hanno votato remain che votano per i LibDem. La notte tra il 6 il 7 giugno però c’è il colpo di scena: ancora per 600 voti il Labour mantiene il seggio, sconfiggendo il candidato del Brexit Party.

Corbyn, come dicono in Inghilterra, sopravvive per combattere per un altro giorno.

Arriviamo così all’altro ieri, con l’annuncio della nuova posizione del Labour sulla Brexit: non solo la richiesta di un nuovo referendum – che c’è sempre stata – ma anche la volontà dei laburisti di fare campagna per l’annullamento della Brexit.

Le ragioni sono piuttosto semplici: con la quasi certa elezione di Boris Johnson i Tories si preparano a condurre il Regno Unito fuori dall’Unione Europea ad ogni costo entro il 31 ottobre 2019. L’idea è di sfruttare la relazione privilegiata con gli Stati Uniti e rimpiazzare l’Unione con nuovi accordi all’interno del WTO: questo spiega tra l’altro il clamoroso silenzio di Boris Johnson sugli inauditi attacchi di Donald Trump all’ambasciatore britannico a Washington. L’ex ministro degli esteri e primo ministro in pectore non ha difeso l’ambasciatore Kim Darroch dopo che Trump lo aveva definitivo in una intercettazione inetto e maldestro. Il silenzio di Jonhson ha portato alle dimissioni di Darroch, cosa quantomeno inusuale: da che mondo e mondo non si permette ad una potenza straniera di dare giudizi su un ambasciatore altrui senza che questi venga difeso.

Questo episodio però la dice lunga su quale sarà il modo di condurre “i giochi” da parte di Boris Johnson e quali alleati intende tenersi buoni. Proprio per questo il partito laburista ha bisogno, soprattutto in chiave di posizionamento mediatico, di una netta opposizione alla linea del governo.

Al momento Corbyn pare in estrema difficoltà anche in seguito all’ennesimo scandalo scoppiato all’interno del partito sul fenomeno dell’antisemitismo, con accuse che colpiscono – come al solito – direttamente il segretario laburista colpevole, a detta di alcuni, di fare troppo poco per combattere il problema. Vedremo se l’improbabile leader sopravvivrà anche questa volta o se, dopo quattro anni di montagne russe, la sua corsa sta per arrivare alla fine.