Una rapsodia immortale. Questo sono stati, sono e sempre saranno i Queen. Questo è stato, è e sempre sarà Freddie Mercury.  Questa è la sola descrizione che mi viene in mente pensando ai Queen e al suo frontman. Questa è la conferma che arriva dopo aver visto Bohemian Rhapsody.

Una storia bella, delicata e dura allo stesso tempo. Una storia immortale. Un racconto coinvolgente con canzoni che ti fanno venire voglia di alzarti in piedi in sala e cantare e ballare e cantare ancora.

Perché tutti, che li amino o no, conoscono le canzoni dei Queen. La forza coinvolgente e travolgere di We Will Rock You. La dolcezza di Love of My Life. La travolgente Radio Gaga.

L’epicità immensa di Bohemian Rhapsody. E forse anche la storia dei Queen la conosciamo. Come sono nati, come sono cresciuti, come si sono allontanati e come si sono epicamente ritrovati al Live Aid.

Così come è nota la storia di Freddie Mercury. L’eccentricità, la maestosità delle sue performance. La sua omosessualità, la malattia. Il silenzio dietro cui si celava. La fine.

Una fine che non è mai finita. Prova ne sono le emozioni che ancora scatenano le note delle canzoni dei Queen.

Prova ne è un film annunciato, atteso, acclamato, screditato, criticato e infine giustamente premiato.

Premiato il film e premiato l’attore, Rami Malek. Un attore che già aveva dato prova di quanto fosse incredibile nel suo lavoro. Ma che qui si dimostra quasi perfetto.

Nel suo discorso da vincitore del Golden Globe ringrazia Freddie Mercury per avergli regalato la più grande gioia della vita. Ma se Freddi Mercury dobbiamo ringraziarlo tutti per essere stato Freddie Mercury dobbiamo ringraziare Remi Malek e chi lo ha scelto per interpretare il più grande performer della storia.

Dallo schermo arriva l’essenza di un uomo tormentato, come tutti i geni. Un uomo che rifiuta il suo nome, rifiuta la sua famiglia. Quella sensazione di non appartenere a nulla eppure appartenere a tutto. A tutti. Di non sentirsi accettato dalla propria famiglia per quello che si è davvero, la sensazione di quasi inadeguatezza. La voglia di essere se stessi e la paura di esserlo.

Le performance, le apparizioni, le interviste, i concerti. Tutto che sembra quasi il tentativo di esorcizzare la paura. La paura di un’esistenza che non è stata quella attesa dagli altri. E grazie a Dio non lo è stata!

Scegliere un nome regale, altisonante, per potersi accreditare di diritto nella sfera delle altezze reali.

La vita di Freddie Mercury non è stata facile. Nonostante i soldi, il sesso, la fama. Sono stati solo tentativi di colmare un vuoto più profondo. Quel dolore gridato nelle canzoni. Quella paura di dover rimpiangere qualcosa quando il soffio della fine si fa più consistente.

Bohemian Rhapsody ci regala due ore di musica, di lacrime e di consapevolezza.

La consapevolezza che per diventare leggenda non è necessario che siano altri a cantar di te. Puoi esser te che, cantando di te stesso fingendo di cantare di altri, a renderti leggenda. Puoi raccontare di te senza farlo.  Regalando al tuo pubblico un coinvolgimento sempiterno nelle tue performance diventi una leggenda immortale. Puoi finalmente vivere per sempre.

Non so se ci sarà un nuovo Freddie Mercury, per fortuna o purtroppo.

Ma due cose le so.

So che Rami Malek ci ha regalato un Freddie Mercury che forse già conoscevamo, ma non così delicatamente vero.

Così come so che ognuno può diventare una leggenda. Essere in grado di ammettere chi si è, avere il coraggio di fare quello che vuoi, avere la consapevolezza che tutto prima o poi finisce ma vivere come se non dovesse mai finire. Questo ti rende una leggenda. Forse non per un pubblico internazionale. Ma sicuro lo diventi per te. Ed essere una leggenda per se stessi è senza dubbio alcuno uno dei risultati migliori che si possa raggiungere in questa vita.

I Queen volevano sfondare il soffitto e toccare il paradiso con un dito. Ci sono riusciti. Diventando una rapsodia immortale.

Ma sono certa che tutti possiamo farlo. Anche se, temo, non con la loro epicità.