Beatrice e Giada avevano dieci anni di differenza, la prima 15 anni, la seconda 25. Erano entrambe giovani studentesse dalle vite apparentemente comuni, molto simili a quelle di tanti altri coetanei. Lo studio, gli amici, le passioni, le foto su Facebook e il terrore del futuro.

In una settimana le loro storie hanno fatto il giro dell’Italia e di tutti i media. Come spesso accade, però, ci si è concentrati più che altro sull’aspetto cronachistico della scelta di togliersi la vita, di fronte alla quale non abbiamo saputo far molto di più che riaprire i “soliti” discorsi sul bullismo e sull’infelicità di una generazione che sembra non reggere le sfide di questo tempo.

Il gesto di queste due ragazze, delle cui vite in realtà conosciamo poco (e forse sarebbe bene che continuasse ad essere così) dovrebbe stimolarci invece, più che alla commozione e alla commemorazione social, ad una riflessione sociale profonda e collettiva.

Cosa significa essere giovani oggi in Italia? Che tipo di donne e uomini stanno crescendo in questo paese? Cosa attraversa i pensieri di questa generazione? Di fronte a domande del genere è impossibile non rendersi conto che esiste una responsabilità generalizzata, collettiva e condivisa, che ci tocca praticamente tutti.

Sì perché, anche se non conosciamo i dettagli dei loro pensieri e delle loro sofferenze, tutti noi abbiamo a che fare con la fragilità della giovinezza, quando in prima persona, quando per parentela, quando per mestiere, quando per amore.

Allora, le domande di fondo diventano altre: noi come ci comportiamo nei confronti dei giovani? Siamo in grado di proteggerli quando serve e di lasciarli liberi quando ne hanno bisogno? Facciamo abbastanza per questa generazione?

 “Ciò che dovrebbe colpire  è quanto pervasiva ed aggressiva sia la pubblicità dedicata a queste fasce d’età”

A 15 anni, l’età di Beatrice, ci si affaccia al mondo vero, ma si è un po’ piccoli e un po’ adulti, a metà fra queste fasi della vita senza davvero appartenere a nessuna delle due. Tuttavia appare evidente, anche solo facendo zapping in TV, navigando su internet o girando nelle nostre città, che a questa generazione la nostra società dedica innanzitutto e soprattutto una cosa: centinaia di migliaia di spot pubblicitari. C’è infatti un’offerta gigantesca di vestiti, di prodotti e di intrattenimento per queste ragazze, il che di per sé non è necessariamente un male. Bisogna tuttavia chiedersi subito dopo: che tipo di messaggi noi offriamo a queste ragazze? Ad esempio non so quanti lettori abbiano presente com’è strutturato il mercato dell’abbigliamento femminile ma, per i neofiti del settore, segnalo che oggi esistono moltissime catene di negozi le cui collezioni sono principalmente dedicate proprio alla fascia d’età 15-25 anni (in termini di modelli, stili e fasce di prezzo).

Questo perché è molto facile ed anche conveniente, per i grandi marchi, vendere a questa fascia d’età che non avendo “obblighi individuali” può spendere tutto ciò di cui dispone (solitamente la paghetta) in beni di consumo individuale. Così nelle città, tanto quanto nei paesi, chi sei e cosa fai è spesso determinato anche da cosa indossi. Il conformismo non è certo un’invenzione di queste case di moda, ma allargando un attimo lo sguardo e distogliendolo dal dato meramente commerciale, ci si rende conto che la questione è decisamente sociale e culturale. Ciò che dovrebbe colpire, infatti, è quanto pervasiva ed aggressiva sia la pubblicità dedicata a queste fasce d’età e soprattutto quali messaggi essa veicoli.

Gli adolescenti sono grandi utilizzatori delle tecnologie e questo da un lato fa di loro una generazione con potenzialità ancora in gran parte inesplorate, ma dall’altro li rende decisamente esposti e fragili. Un risultato che possiamo individuare come generale di fronte questo continuo “bombardamento pubblicitario” in un’età delicata come quella dell’adolescenza, è un certo strisciante senso di pressione e di ansia. A guardar bene, i motivi per sentirsi pressate, all’età di Beatrice, sono centinaia. Quel paio di scarpe che ti piace tantissimo ma costa un sacco e non potrai mai avere, quel top colorato che trovi in centinaia di negozi in varie versioni e colori che però a te sta da schifo, quelle scene di divertimento, disinvoltura e spensieratezza che compaiono continuamente davanti ai tuoi occhi mentre tu vorresti solo spaccare lo schermo. In questo delizioso ambiente di accettazione, inclusione e assenza di competizione, crescono le nostre ragazze adolescenti. In realtà, chi ancora si ricorda come ci si sente da adolescenti, può testimoniare che la percezione dei problemi a posteriori sembrerà anche eccessiva, ma lì per lì appare davvero gigantesca. Questo quadro di aspettative individuali, sociali, generazionali si inserisce in un mondo dove lo Stato purtroppo tende ad investire sempre meno sui giovani e dove gli spazi di aggregazione sociale si contraggono fortemente.

“I dati sulla dispersione scolastica prima e sulla disoccupazione giovanile poi, in Italia, sono tutt’altro che confortanti”

A 25 anni invece, l’età di Giada, nel mondo dei grandi alcuni già ci si sentono, altri vorrebbero esserci, altri fuggono a gambe levate. Il venticinquesimo anno d’età è quello in cui si può votare al Senato per la prima volta, ma questo non risulta essere il primo pensiero di questa generazione…

Esattamente come accade per la narrazione ossessiva sui beni di consumo e di tendenza per gli adolescenti, anche ai giovani adulti di questa età la società rivolge continuamente messaggi piuttosto aggressivi e spietati. Se fino ad una certa età, infatti, si è bombardati da messaggi pubblicitari falsati e posticci, a 25 anni è invece il momento della retorica della generazione fallita in partenza. Nell’ordine i giovani italiani sono stati accusati, a vario titolo, di: incapacità di andarsene di casa, di costruirsi un futuro, di rappresentare le proprie istanze, di svolgere efficacemente compiti di responsabilità e di rispondere alle esigenze del mercato del lavoro.

Certo, i dati sulla dispersione scolastica prima e sulla disoccupazione giovanile poi, in Italia, sono tutt’altro che confortanti, ma nulla giustifica una tale aggressività nei messaggi e nei contenuti. Così, sempre più spesso, i giovani italiani soccombono al confronto con i propri genitori e i propri nonni, e vengono convinti di non essere mai abbastanza. Non si è abbastanza preparati, non si è abbastanza svegli, non si è abbastanza capaci. Questo il più delle volte viene dato per assunto ancor prima di essere messi alla prova, come un descrizione d’ufficio che diventa una lapidaria sentenza di inadeguatezza. La responsabilità di questo contesto sta in capo innanzitutto agli adulti, che siano essi genitori, docenti, opinionisti o datori di lavoro. Il risultato generale di un tale ambiente è una non troppo strisciante sensazione di pressione competitiva unita al sentimento di non essere mai all’altezza.

In questo rumore mediatico ci sfuggono le persone più fragili, perché non siamo in grado di ascoltarle, figuriamoci di proporre loro aiuto o vie d’uscita. Forse i tempi sono maturi perché in Italia su qualcosa si provi a cambiare rotta. Per esempio si potrebbe cominciare smettendo di fare una serie di cose.

Smettendo di raccontare l’aiuto psicologico come una certificazione di inferiorità o di difettivitá, quando invece essere consapevoli delle proprie debolezze e scegliere di prendersene cura è quanto di più coraggioso si possa fare. Smettendo di raccontare solo storie di fallimenti tragici o di successi gloriosi, in televisione, sui giornali, sui social media.

Smettendo di rifiutare ai giovani un’autonomia di giudizio e di pensiero e lasciando che scelgano liberamente chi essere e che per farlo si prendano tutto il tempo di cui hanno bisogno. Nella crescita, nello studio, nel lavoro, nello sport, nella vita privata. Smettendo di fare ingenerosi paragoni con epoche ormai passate e per forza di cose differenti in tutto (condizioni sociali, culturali ed economiche).

Se tutti noi provassimo a fare lo sforzo, piccolissimo, di trattenerci prima di pronunciare, di scrivere, di divulgare certi giudizi, forse faremmo un servizio a molti. Se tutti noi provassimo a ridurre le “prediche paternalistiche” a vantaggio invece di momenti di ascolto e interesse nei confronti dei desideri di questi ragazzi, forse ci accorgeremmo che si può fare un po’ di più per star loro accanto.

D’altronde lo scriveva bene Calvino ne Il Visconte dimezzato “a volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”.