No, non è stata una guerra civile. Mente, ancora una volta, secondo il suo stile, Cesare Battisti, l’ex terrorista dei Pac (Proletari armati per il comunismo), che ha ammesso i quattro omicidi per cui è stato condannato all’ergastolo, per poi riandare a quegli anni di sangue e terrore con un catalogo di scuse che va dalla “guerra civile” alla “scelta di campo”.

Negli anni Settanta ed Ottanta non si è consumata in Italia nessuna guerra fratricida. Non c’erano eserciti che si contrapponevano in nome di ideali o a seguito di secessioni. Non c’era un dittatore da abbattere o invasori nemici da scacciare. La presunta guerra civile o guerra di classe di cui parla Battisti era soltanto nella testa di gruppi terroristici che si dichiaravano di sinistra nei loro deliranti comunicati, arrogandosi il diritto di parlare per conto e in nome della classe operaia che pretendevano di rappresentare virtualmente.

Certo la situazione era complessa e non si può scivolare nella semplificazione per contrastare l’affermazione di Battisti. Nelle fabbriche, come in altri posti di lavoro, esistevano complicità, collusioni, fiancheggiatori e informatori: un coro di figure sinistre che provvedeva e contribuiva a indicare la vittima designata, quasi sempre impossibilitata a difendersi. I terroristi non erano soli anche sul piano sociale e politico. Accanto avevano drappelli di intellettuali che costruivano la fotografia di un’Italia concentrazionaria, a rischio golpe militare, “gambizzata” da fascisti e reazionari nel suo spirito democratico. Ma il clima di violenza e di prepotenza, risposta “difensiva” alle pur prevaricazioni (allora, come  oggi) che avvenivano ai danni degli operai, era sostenuto da gesti, non dimentichiamolo, e da una sfida irrituale allo Stato di diritto, che nel passato sia il sindacato di classe (la Cgil), sia il Pci (il partito comunista italiano) avevano sempre rifiutato.

Era accaduto il 14 luglio del 1948 a Roma, all’attentato del leader comunista Palmiro Togliatti, e sempre in luglio, ma il 7 del 1960, quando la polizia sparò a Reggio Emilia sui manifestanti, uccidendone cinque, durante una pacifica manifestazione sindacale. E nelle fabbriche, anche nei periodi peggiori dell’anticomunismo, in cui  gli iscritti al Pci e alla Cgil erano licenziati per rappresaglia, né nelle piazze, né in Parlamento, la sinistra aveva cercato il terreno dello scontro violento. La violenza non era nel Dna dei militanti di sinistra, neppure in chi aveva combattuto nelle file della Resistenza con quei terribili e crudeli vissuti di venti mesi di guerra civile per scacciare i nazifascisti.

A distanza di quasi mezzo secolo, inseguire una pretesa “dignità” del terrorismo sotto forma di guerra civile rimane una ricostruzione storica distorta dei rapporti sociali dell’epoca. Forse potrà affrancare dal dolore chi come Battisti lo ha procurato a migliaia di persone. Ma, al di là del carcere, i cittadini avranno sempre il diritto di chiedere ai terroristi che cercano di farsi passare da reduci di fare i conti con la loro coscienza