È sempre bene fare delle precisazioni prima di iniziare a parlare di qualcosa, anche stavolta.

Primo: ogni cosa che riguardi dei supereroi va vista. Senza se e senza ma.

Secondo: ogni cosa è bella finchè dura poco (tranne Stephen Amell, lui è bello sempre).

Terzo: sono consapevole del fatto che hanno scritto già in tantissimi sui supereroi in chiave psicologica, non sono originale lo so. Quindi cercherò non di essere originale, ma di essere oggettiva nella soggettività della valutazione che vado a fare.

Dunque, cominciamo.

Di che parliamo? Di Arrow. Serie TV leader di quello che è chiamato Arrowverse (universo di Arrow) che vede Arrow, appunto, The Flash e Legends of Tomorrow. Cercate le sinossi delle serie citate e guardatele se volete passare 40 minuti di supereroi e super cattivi e se volete rivalutare la figura degli unicorni (Legends of Tomorrow 04×01).

Arrow, ovvero Green Arrow ovvero Freccia Verde ovvero Oliver Queen ovvero Stephen Amell, è uno dei supereroi del mondo DC Comics (quelli di Batman e Superman, per intenderci).

Nel 2012 inizia la sua trasposizione sul piccolo schermo e poche settimane fa ci comunicano che la prossima stagione, l’ottava, sarà l’ultima. Una delle poche volte in cui commento “ma meno male!”.

Si, perché in questi anni le vicende di Oliver Queen e di tutto il Team Arrow sono state belle, per carità. Entusiasmanti, ma adesso stiamo, forse, esagerando.

Ma proviamo a non essere una fangirl e proviamo a essere più professionale.

Oliver fa naufragio su un’isola deserta (dove in realtà mancavamo solo noi) e lì viene addestrato e diventa un super combattente semi ninja. Torna a Starling City, la sua città, e decide di vendicarla punendo tutti quelli che l’hanno tradita con la corruzione e la malavita.

Praticamente diventa Robin Hood che anziché rubare ai ricchi per dare ai poveri, uccide i ricchi.

Un giustiziere mascherato che di notte pattuglia le strade.

Ovviamente nel corso di otto stagioni lui matura, evolve, cresce, si innamora etc.etc.

Però, perché c’è sempre un però, rimane trincerato dietro la sua maschera. Anche quando la toglie. Anche quando si dichiara al mondo.

La maschera è diventata ormai parte della sua identità. Tanto che il confine Oliver Queen / Green Arrow diviene sempre più labile fin quasi impercettibile.

L’idea della maschera è diffusa, così come la sua simbologia. Porre una barriera fisica tra il mondo interno e quello esterno, tra il viso e il mondo. Nascondersi e nascondere.

Una maschera che crea una nuova identità, quella di Green Arrow, dietro la quale si cela Oliver Queen.

Un’identità che può essere un ninja killer della Lega degli Assassini e al roco e profondo sussurro “you failed this city “ (hai tradito questa città) può scoccare frecce dal suo arco e consegnare ogni traditore o alla polizia o direttamente al creatore.

Un’identità notturna che sorregge quella diurna, quella di Oliver Queen, che si ritrova schiacciata dal peso delle bugie e dei rimorsi. Un’identità, quella diurna, che fa fatica ad affrontare i suoi dolori, le sue delusioni e le sue paure e si cela dietro una maschera che impone anonimato, solitudine e isolamento. Perché se mi isolo dal mondo per compiere la mia missione vendicativa non faccio male a nessuno e così facendo non soffro io.

Indosso una maschera, fingo di essere qualcosa di diverso, agisco nel buio della notte artefacendo la mia voce, perché così nessuno sa chi sono. Così nessuno ferisce chi amo (amici, fidanzata, figli, famiglia etc.etc.) e io non soffro.

E per fare tutto questo cosa faccio? Allontano tutti perché io in realtà sono la notte, sono le tenebre etc.etc.. E se mi nascondo dietro una maschera, dietro un’identità segreta mi sento autorizzato a non fare i conti con quello che sono. Con quello che provo.

Nel caso di Oliver, con il dolore per la morte di mio padre. E poi con gli altri lutti. E poi con il dolore della solitudine.

Poi arrivano le profezie che si auto-avverano: mi convinco che se espongo gli altri alla mia identità segreta allora subiranno dei danni, verranno colpiti e io starò male. Poi questi vengono colpiti e allora vedi? Avevo ragione a rimanere nell’ombra e nell’anonimato. Stando male due volte. Perché chi amo è stato ferito. E perché mi sento responsabile. E allora mi arrabbio, medito vendetta e il cane continua a mordersi la coda in eterno.

Perché la spirale di frustrazione, di rabbia, di dolore, di vendetta e di isolamento non si spezza finchè la maschera non la si toglie e si prova a guardarla in faccia.

Chi sono diventato? Cosa sono diventato? E poi … poi c’è la parte più difficile. Guardare se stessi e decidere definitivamente cosa fare con la maschera. Metterla via? Tenerla sul camino come monito?

Anche oggi non ho la ricetta giusta. Non so dirvi cosa sia meglio fare. Posso però dirvi questo, per come io la vedo.

Tutti indossiamo delle maschere. Siamo tutti persone diverse in base a dove siamo e che ruolo dobbiamo ricoprire. Delle volte capita che i nostri lutti, i nostri traumi e i nostri dolori ci sembrino così grandi e inaffrontabili che dobbiamo mettere la maschera del “va tutto bene” e andare avanti.

Solo che dietro la maschera le lacrime scendono e restano incastrate. Non hanno modo di scorrere libere. Dietro la maschera il dolore è solo contenuto e non è libero di esprimersi, di lasciarsi esprimere.

Ecco, forse la mia “ricetta” è questa. Certe cose possono non andare bene. Possiamo dire che non va tutto bene. Forse i veri eroi sono loro. Quelli che la maschera la tolgono e dicono che “no, non c’è assolutamente nulla che vada bene”.