Il più grande vuoto di potere della storia repubblicana (85 giorni) si chiude con il più grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i vari livelli politici senza precedenti.
Se si ascolta con attenzione il discorso di Mattarella con cui ha chiuso il tentativo di governo Conte, ci sono alcuni passaggi su cui vale la pena focalizzare l’attenzione.

Innanzitutto ha parlato di “atteggiamento vigoroso, nell’ambito dell’Unione europea, per cambiarla in meglio (l’Europa) dal punto di vista italiano”, per cui non era e non è in discussione la possibilità di proporre una riforma di alcuni aspetti problematici dell’Unione Europea che, come viene osservato da più parti, non può più reggere con l’attuale assetto, totalmente schiacciato sulla dimensione economica e finanziaria, con spinte nazionaliste, rivendicazioni particolari (ad esempio del gruppo di Visegrad) e ruolo sempre più debordante della Germania.

Il capo dello Stato, nel passaggio forse più forte, ha usato un’espressione molto chiara: inevitabile uscita dall’euro. Che cos’è che non sappiamo o che non si è potuto dire chiaramente durante la campagna elettorale? Esisteva un piano surrettizio, sottaciuto, da parte di Lega e 5 Stelle per portare l’Italia fuori dalla moneta unica?

Con un ritardo inspiegabile, frutto dell’evidente immaturità politica, Di Maio si accorge di essere stato portato in braccio da Salvini che ha dimostrato in maniera palese la volontà di capitalizzare questa crisi per incrementare i consensi al prossimo passaggio elettorale.

Di fronte all’annunciata (a meno di sorprese) mancanza di fiducia per il governo Cottarelli, che potrà rimanere in carica per gli affari correnti fino alle prossime elezioni, è il momento di dare risposta al famoso “Che fare?”, è il momento di percorrere strade completamente nuove.
La polarizzazione difensori del popolo/difensori dell’Europa e delle élite ci constringe a proporre ciò che ancora non è stato, ciò che ancora non è stato visto, anche dal punto di vista delle persone che si faranno carico del progetto.
Dai primi nomi che trapelano (il rettore della Luiss, il presidente del Consiglio di Stato) il pericolo è riproporre un frame che darà ancora più fiato alle trombe anti-establishment.

Allora dobbiamo inventarci qualcosa, ritornare sui passi già fatti e tracciarvi a lato nuovi cammini, come diceva Saramago.
Innanzitutto cambiare messaggio sull’Europa, che oggi rischia di essere vista solamente come fortino delle superburocrazie e garante dell’austerità finanziaria e del ruolo dei mercati voluta da Berlino.
Sant’Agostino, nelle sue Confessioni, diceva “Se nessuno mi domanda cos’è l’Europa, lo so; però, se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so”.
Noi oggi rischiamo di cedere a chi crede di sapere o vuol far credere di sapere che l’Europa è unicamente quell’entità vessatoria, slegata dal consenso popolare, incapace di dare risposte alla massa di colpiti duramente dalla crisi decennale.
Nella straordinaria lectio in apertura del Salone del Libro 2018, Javier Cercàs ha indagato i motivi più profondi per cui oggi è necessaria l’Europa e ne ha dedotto che nell’espressione “e pluribus unam”, peraltro uno dei primi lemmi degli Stati Uniti, va ricercata la ragione ultima della necessità dell’Europa come spazio di sintesi di popoli, lingue, culture diversi che sono stati capaci di convivere in pace per più di settant’anni in uno spazio dove le guerre sono state la normalità per i precedenti 600.
Uno spazio realmente unito, politicamente, è l’unica risposta all’emersione di nuovi poteri regionali, a un mondo che non è più diviso in due blocchi, ma almeno tre (con la Cina) se non quattro e cinque. E un’Europa non più centro del mondo non può appaltare alla sola Germania la capacità di agire nello scacchiere geopolitico.
Come raccontare tutto questo? Non è facile, e sarebbe un errore drammatico porlo in termini di referendum sull’Europa e sull’Euro, ma di certo è dall’utopia europea che bisogna ripartire (e non parlo della generazione Erasmus, importante ma non sufficiente) per provare a spiegare che senza saremo tutti più poveri, semplicemente. Più poveri lavorativamente, più poveri culturalmente, più poveri democraticamente, più poveri economicamente.

E poi bisogna inventarsi qualcosa dal punto di vista del quadro politico interno.
Esiste uno spazio ibrido, magmatico, fatto di partiti, movimenti, associazioni, gruppi di pressione, che si sta mettendo in movimento e sta cercando di riconnettersi fuori da schemi e procedure non adeguate alla società odierna.
I cittadini sono sensibili alla proposta populista perché vedono l’incapacità degli attori politici tradizionali di dare risposte e uscire dall’autoreferenzialità (si pensi, ad esempio, all’ultima incomprensibile assemblea nazionale del Pd).
È uno spazio dove forse non tutti la pensano allo stesso modo su molte questioni, ma di sicuro si condividono alcuni pilastri: difesa dell’ordine democratico, tutela delle istituzioni, spirito europeo.
I soggetti ci sono già e altri potranno emergere, più o meno strutturati.
Le questioni da affrontare sono sotto gli occhi di tutti. Uguaglianza intesa come parità di condizioni di partenza e accesso alle opportunità, diritti, cultura diffusa, importanza della formazione, rapporto tra lavoro, povertà e capitali finanziari, lotta alla corruzione.
Il nostro paese sta perdendo competitività, fiducia, opportunità e — soprattutto — il senso di comunità a favore di un individualismo spinto.
Allora sta a noi ricostruire questo tessuto (di sinistra, aggiungo) che oggi è solo massa informe, dispersa. Sta a noi sperimentare, anche grazie alle tecnologie, nuove forme di partecipazione. Paolo Gerbaudo di Senso Comune parla di partito-piattaforma, ad esempio. Oggi partiti, movimenti sociali, gruppi di interesse e associazioni possono utilizzare repertori digitali di azione connettiva sempre più simili e integrati fra online e offline, cosicché anche le differenti modalità di organizzazione e mobilitazione di soggetti politici dalle caratteristiche e dagli obiettivi differenti possono finire con l’amalgamarsi.
Tutto questo è da fare non domani, ma adesso. Il tempo è finito.

Scritto da Fabio Malagnino