Li ha voluti incontrare tutti insieme. Guardandoli negli occhi. Chiara Appendino e i quattro consiglieri di maggioranza ribelli (+ uno) hanno avuto un faccia a faccia “di quelli tosti” in serata a Palazzo di Città.

Sul tavolo la rottura definitiva o le garanzie che si vada avanti tutt’insieme, come chiesto anche da Beppe Grillo in una lettera indirizzata proprio ai dissidenti. Un atteggiamento quello dei quattro ribelli che non sarebbe piaciuto neppure ai vertici del Movimento Cinque Stelle, in primis a Luigi Di Maio, il quale, a quanto pare, avrebbe anche voluto rinunciare a Damiano Carretto, Daniela Albano, Viviana Ferrero e Marina Pollicino. Mettendoli alla porta, fuori da Movimento.

Ma chi non può rinunciare ai “duri e puri” è proprio Chiara Appendino. Lo dicono i numeri: senza di loro l’amministrazione cade. E questo non piacerebbe neppure ai vertici del Movimento Cinque Stelle. Sempre in primis a Luigi Di Maio. Quindi è a tutti evidente che c’è l’esigenza che si torni alla normalità.

Separati in casa, i quattro, martedì, dopo la seduta straordinaria del Consiglio comunale, non hanno partecipato alla riunione di maggioranza. Assenti come il giorno prima quando non si sono presentati in Sala Rossa facendo così saltare il numero legale. Dopo aver votato di fatto per un nuovo supermercato (questa volta in corso Brunelleschi) Carretto, Albano e la Pollicino hanno lasciato il Palazzo, mentre la Ferrero si è chiusa nel suo ufficio.

Oggi, dalle 17 alle 20, non hanno invece potuto sottrarsi alla resa dei conti parte uno. Con i quattro anche quel “+uno”. O meglio, “+una”. Maura Paoli, che in verità stavolta è stata meno ribelle del solito. Tre lunghe ore. Tese. La sindaca non può permettersi di restare ostaggio di quattro consiglieri. Proprio ora che anche la base grillina non disdegna la soluzione “Olimpiadi low cost”. Dunque i ribelli potrebbero trovarsi isolati, mentre Appendino va dritta all’obiettivo a cinque cerchi, con gli applausi dei torinesi che, dopo tanti sacrifici dettati da una rigida dieta, andrebbero a testa alta sapendo che Torino potrebbe tornare ai fasti di un tempo.

Anche la sindaca non verrebbe più ricordata solo per i tragici fatti di Piazza San Carlo e gli avvisi di garanzia, ma come quella che ha riportato i giochi sotto la Mole. Niente male, no?

“La sindaca deve rialzare la testa e mostrare di non essere più schiava di ogni piccolo malumore dei suoi consiglieri”

Tornando ai “barbutos nostrani” (che la Storia ci perdoni per la blasfemia) non bisogna essere dei fini conoscitori degli affari della Sala Rossa per aver notato che Marina Pollicino, descritta da chi la osserva da vicino come “la più tenace dei quattro”, si sia fatta conoscere più in questi giorni in quanto ribelle, piuttosto che da consigliera, da quando è subentrata ad Alberto Unia, già capogruppo e poi diventato l’unico assessore pentastellato della giunta Appendino.

“Lady 185”, dove il numero sta per i voti presi durante le elezioni del 2016 dalla Pollicino, infatti in Sala Rossa ha parlato solamente la prima volta quando è arrivata (quel giorno si fece notare perché armata di smartphone fotografava i giornalisti presenti nella tribunetta stampa) e (forse) altre due volte.

Ma su “Le Petit Poucet” torneremo prossimamente. Lo promettiamo.

Restando sull’incontro di stasera non trapela molto… per ora.

Ma è chiaro a tutti: “Alea iacta est”. Passi indietro Appendino non è disposta a farne più e, che se ne facciano una ragione i quattro: la strada che porta alla candidatura per le Olimpiadi 2026 è stata imboccata. Difficile che ci siano deviazioni. La sindaca deve solo dimostrare che lei non è un Carlo Alberto e che non ci sono tentennamenti questa volta. Rialzare la testa, liberarsi dalle catene e non essere più schiava di ogni piccolo malumore dei suoi quattro consiglieri. A costo di far votare al resto della maggioranza, insieme alle opposizioni, la “mozione Carretta” alla prima occasione e cioè lunedì 19 marzo.

L’occasione è ghiotta per far tacere quanti sostengono che in questo anno e mezzo di sua amministrazione altro non sia stato fatto che far fuggire lontano eventi e turisti. Anche perché Milano e il sindaco Beppe Sala non avrebbero intenzione di candidare il capoluogo meneghino per il 2026, vista la “troppa confusione” a sua detta in questa corsa ai giochi.

E guardando Torino, come dargli torto!