I profili di Matteo Salvini e Luigi Di Maio divisi da un dito medio e dalla scritta “0,2 % zero in due”, ieri notte Andrea Villa ha colpito di nuovo, tappezzando le vetrine pubblicitarie di Torino – i cosiddetti Mupi – con i suoi manifesti satirici: uno in via xx settembre, a pochi passi dallo storico ristorante cinese “Du Cheng”, uno davanti all’istituto tecnico Avogadro in corso San Maurizio e un altro in lungo Dora Firenze vicino al locale “Le Panche”.
La tecnica di Andrea Villa, che ormai da quattro anni piazza le sue opere in spazi per affissioni commerciali della città, ricorda quella del “brandalism”, una corrente artistica nata a Londra nel 2012 che intende la strada come spazio di comunicazione appartenente alla comunità e quindi da “riconquistare” coprendo la pubblicità con poster o manifesti sovente a sfondo politico.
Il ragazzo che ai più è noto con il nomignolo di “Banksy torinese” porta una zazzera di capelli neri scompigliati e ha l’aspetto e i modi di un giovanissimo avanguardista dei primi del Novecento, oltre ad avere le idee chiare sul ruolo che un’artista dovrebbe ricoprire nella società contemporanea: «Con questo lavoro voglio lanciare un’esortazione a tutti gli artisti, una sorta di monito a non mettere la testa nella sabbia dinanzi a quello che succede nel Paese perché l’arte deve tornare prepotentemente nel dibattito pubblico e generare riflessioni. A darmi l’ispirazione per questo manifesto in cui cito il dito medio di Ai Weiwei – celebre artista contemporaneo cinese, noto anche per la sua opposizione al governo di Pechino “scontata” con 81 giorni di carcere (n.d.r) – sono state le stime di crescita del Pil italiano per il 2019 e per il 2020 che relegano l’Italia all’ultimo posto tra i paesi dell’Unione Europea. Inoltre volevo sottolineare il legame tra i due vicepremier Salvini e Di Maio dopo l’utilizzo della piattaforma Rousseau per l’autorizzazione a procedere in merito al caso Diciotti».

La prima opera di Andrea Villa risale al 2014, uno striscione di 6m x 3m appeso sul cavalcavia di corso Unità d’Italia dal titolo “Il Quinto Stato”, omaggio al dipinto di Pelizza da Volpedo che riunisce i più noti politici italiani sotto allo slogan “Solo chiacchiere e vitalizio”. Da allora negli ultimi quattro anni i finti manifesti pubblicitari di Villa compaiono regolarmente per le vie di Torino, piazzati di volta in volta in spazi per affissioni pubblicitarie.
Dall’ “Eau Di Nolfi” che ironizza sul leader del partito “Il popolo della Famiglia” accostandolo a una profumo di grido, fino all’ex sindaco Piero Fassino ritratto in un barattolo di acciughe sullo stile di Piero Manzoni, la satira di Andrea Villa non ha risparmiato nessuno, neanche Donald Trump e Marie le Pen che assieme a Matteo Salvini diventano testimonial di rasoi da barba con tanto di baffo dadaista. «Attraverso il linguaggio pubblicitario – spiega Villa – che abbino a citazioni artistiche cerco di creare dibattito e di far riflettere le persone, sulla falsariga dei futuristi e in generale della avanguardie. Quello che intendeva Andy Warhol sul trasformare l’arte da un prodotto di nicchia a un prodotto di massa».
I ventitre manifesti pubblicitari che negli anni Andrea Villa ha disseminato per Torino, nel giugno scorso sono stati esposti per un mese a Palazzo Saluzzo Paesana durante la sua prima mostra personale dal titolo “La scena del crimine”, consacrandolo di fatto come uno degli esponenti più irriverenti e graffianti del panorama artistico italiano. Una fama che per ammissione dello stesso Villa non è sempre stata facile da gestire, a partire dal paragone con l’inglese Bansky: «Questo nomignolo mi ha certamente dato grande visibilità ed è stato utile per farmi classificare dai quotidiani e dalla gente come artista, ma in fin dei conti è un paragone improprio perché faccio cose diverse e non ho mai cercato di paragonarmi a lui. Sono stato criticato anche per aver dato molta visibilità a Matteo Salvini attraverso le mie opere, ma ho sempre risposto che sono un osservatore della realtà e come artista sento il bisogno di salvaguardare il mio ruolo e quindi di far sentire la mia voce».
C’è un episodio particolarmente significativo nella carriera di Andrea Villa e risale all’ottobre scorso, quando in corso Massimo d’Azeglio spuntò un cartello segnaletico che indicava un “lager per negri”. Una provocazione che ha destato grande clamore nei media generando un acceso dibattito sui social: «Quello che mi ha stupito di più sono state le reazioni quasi festanti a quel cartello, persone che plaudevano a un lager, oltre ai tanti commenti di scherno razzisti che mi hanno costretto per la prima volta a diramare un comunicato stampa per chiarire i miei intenti. Non è un’opera ironica, quel cartello è un’aberrazione voluta. Ho immaginato una distopia, uno stato dove il razzismo è sdoganato come nel Sud Africa dell’apartheid, tanto da essere sventolato sui cartelli turistici».

Scritto da Thomas Ponte