Ben saldo al suo posto. L’assessore al Commercio di Torino Alberto Sacco non è a rischio. Le voci che stanno circolando che vedrebbero una maggioranza pronta a chiedere la sua testa per il caso Pasquaretta vengono smentite dagli stessi pentastellati.

La sua “colpa” sarebbe quella di aver presentato il presunto ricattatore di Chiara Appendino, l’ex portavoce della sindaca, indagato per estorsione, turbativa d’asta e traffico illecito di influenze. Sui comportamenti “tamarri”, che tutti a Palazzo e fuori conoscevano, del “portavoce-pitbull- amicodifamiglia” della prima cittadina, che ne può il buon Sacco?

Anzi, spesso e volentieri ha cercato di mediare, ha cercato di calmare i bollenti spiriti del giornalista lucano che, forse, troppo innamorato del suo ruolo – più bodyguard che addetto stampa – sbraitava contro assessori e consiglieri grillini, non pago delle tirate d’orecchio che faceva quotidianamente ai giornalisti. I due hanno una certa confidenza: Alberto Sacco è un amico di Luca, al punto che diventa valvola di sfogo di un intercettato Pasquaretta, che, più arrabbiato che disperato, cerca una ricollocazione.

Ma Sacco ha avuto veramente intenzione di mollare in questi giorni? L’idea gli è anche passata per la testa. Lui un lavoro ce l’avrebbe comunque, senza aver bisogno di quella poltrona. Bisogna essere anche sinceri: dopo tre ore (e non cinque) passate davanti a un magistrato, dopo una giornata di telefonate, pressioni e domande, la voglia di mollare verrebbe a chiunque.

Comunque va ricordato che Sacco è stato ascoltato dal pubblico ministero Gianfranco Colace come persona informata dei fatti, come se fosse il testimone di un incidente stradale, detta in parole molto povere.

In Procura il dialogo è stato lungo tra i due, ma cordiale, secretato, dove mai la posizione dell’assessore è passata al livello successivo. A quello in cui per andare avanti hai bisogno di un avvocato difensore, ovvero quando diventi indagato.

Inoltre alla riunione di maggioranza plenaria di lunedì, dopo il consiglio comunale, non è stata affrontata la questione del caso Pasquaretta. Nessuno ha chiesto le dimissioni di Sacco, dimostrando che c’era ancora fiducia in lui.

E se qualche consigliere grillino si è lasciato andare a commenti negativi sull’assessore, lo ha fatto soltanto nei corridoi che dividono gli uffici dei gruppi dalla Sala Rossa. Quando c’è stata la riunione di maggioranza è stato ben zitto, accodandosi ai colleghi che non avevano alcuna intenzione di cacciarlo.

Certo: su 23 consiglieri 3 o 4 (quasi sempre gli stessi) avranno da ridire. Ma le critiche restano ben chiuse nelle chat di Whatsapp, quelle non ufficiali dei pentastellati. Insomma chiacchiere e chiacchieroni. Stelle cadenti o meno.

Sacco non è il capro espiatorio di una vicenda ancora tutta da chiarire. Se qualcuno sta paragonando la sua situazione a quella dell’ex assessora all’Ambiente Stefania Giannuzzi, che venne cacciata all’indomani della tragedia di piazza San Carlo, dando l’impressione all’esterno che quelle dimissioni avevano a che fare con quanto avvenuto quel maledetto 3 giugno, sbaglia.

In fondo, dicono dalla maggioranza, lui tra tutti gli assessori è uno di quelli che si è dato da fare. Se a fine mandato porterà a casa la riqualificazione di Porta Palazzo loro saranno più che soddisfatti del suo operato.

Per i consiglieri M5s non è lui l’infezione, quindi. Se poi c’è altro in questa vicenda dai contorni più che sbiaditi, come una foto scattata con un obiettivo non messo a fuoco, al momento non è dato sapersi. Chi sa vada in Procura e parli. Altrimenti meglio che taccia perché sotto la Mole c’è già abbastanza confusione.

In tre anni di amministrazione Appendino sono circolate tante voci, forse troppe, in cui i protagonisti erano sempre gli stessi, gli “amiconi di bisboccia”. Voci in cui il vecchio e caro “Sistema Torino” era stata sostituito dal “Sistema Locali”. Quello delle bollicine, dei bei ragazzi e delle belle ragazze, dei tavoli in cui pochi intimi si siedono per decide che ne sarebbe stato di Torino.

Ma ad oggi quelle voci sono rimaste tali. In gergo “fuffa”. Argomenti da voyeurismo. Siamo seri: con tutti i problemi che abbiamo in città ci manca solo che ci mettiamo a guardare dai buchi della serratura, eccitati come un qualsiasi adolescente.

E poi in fondo prima che arrivasse il cambiamento sotto la Mole circolava già una leggenda metropolitana in cui c’era un ristorante e un tavolo prenotato 365 giorni all’anno. Sempre libero, perché non si sapeva quando si sarebbero seduti certi personaggi. Anche loro per decidere le sorti dei torinesi. Magari gli ambienti descritti nei racconti erano più grigi e da disciplina marxista, quindi meno luccicanti di una discoteca.
La sostanza però non cambia: i pettegolezzi lasciano il tempo che trovano, ormai non fanno manco più sorridere e gli adolescenti dovrebbero diventare (o tornare se preferite) adulti. E ricordare che se contaminazione a Palazzo di Città c’è stata è compito, come si dice in questi casi, dei magistrati scoprire chi è il vero untore.