Nel sale da cucina. Nei cibi che mangiamo. Nell’acqua che beviamo. Perfino nell’aria che respiriamo. Le microplastiche sono ormai ovunque. Non c’è da stupirsi, vista la quantità di plastica che abbiamo prodotto negli ultimi 60 anni: 8,3 miliardi di tonnellate, secondo uno studio pubblicato lo scorso anno da Science Advances. Di questi, due miliardi di tonnellate li stiamo ancora utilizzando, mentre il resto, pari a 6,3 miliardi di tonnellate, è diventato immondizia. Solo il 9% di questa massa è stato riciclato, un altro 12% è stato incenerito, il restante 79% si è accumulato nelle discariche o, peggio, è andato disperso nell’ambiente. Un problema serio, ma anziché cercare di risolverlo si continua ad aggravare la situazione, basti pensare che dai due milioni di tonnellate prodotti nel 1950 si è arrivati a 400 milioni di tonnellate nel 2015 e si prevede di toccare i 600 milioni nel 2025, addirittura il miliardo di tonnellate nel 2050.

Una percentuale rilevante, circa il 70%, è destinato all’usa e getta, con un ciclo di vita brevissimo e altamente inquinante, dall’approvvigionamento di materia prima, con l’estrazione di idrocarburi, alla produzione di un rifiuto persistente, non biodegradabile, che non scompare dall’ambiente, ma si limita a diventare sempre più piccolo, dunque più invasivo e difficile da intercettare. Le stime valutano che, in termini di peso, il 75% di questa massa di rifiuti sia composta di macroplastica, l’11% di mesoplastica e il 14% di microplastica, con dimensioni inferiori ai 5 millimetri. Queste ultime, come si diceva, sono ormai entrate nella “dieta” di moltissime specie, partendo dai microrganismi e risalendo la catena alimentare fino a noi.

Una situazione allarmante, diffusa a livello globale. Eppure, poco o nulla si fa per porvi rimedio. Questo perché gli interessi in gioco sono enormi: si calcola che nel 2020 il mercato della plastica potrà valere oltre 654 miliardi di dollari, tanto che le multinazionali del petrolio stanno implementando la quota di idrocarburi destinata alla produzione di plastica, mentre i grandi marchi della distribuzione alimentare continuano ad aumentare la quantità di contenitori usa e getta. Questo nonostante la consapevolezza del problema da parte dell’opinione pubblica sia cresciuta, sia per quanto riguarda la presenze di “isole” di plastica galleggianti sugli oceani, sia rispetto ai rischi per la salute a causa della presenza di questi materiali tossici nei nostri cibi.

Sia chiaro: nessuno vuole demonizzare la plastica, materiale duttile e multiuso, in origine pensato per produrre oggetti di lunga durata a prezzo contenuto e che ha portato nelle nostre vite tali comodità e innovazioni da indurre qualcuno a indicare la nostra epoca come “Età della plastica”, in aggiunta alle tre età classiche – della Pietra, del Bronzo e del Ferro – con le quali venivano convenzionalmente indicati gli stadi di sviluppo tecnologico dell’umanità. Tuttavia, è chiaro che occorre porre rimedio a una situazione insostenibile e potenzialmente irreversibile.

È fondamentale comprendere che il problema va risolto a partire dall’origine, diminuendo la produzione e l’immissione sul mercato di plastica, in particolare quella usa e getta, perché è illusorio sperare di evitare l’inquinamento puntando sul riciclo dei rifiuti in plastica. Intanto, perché le attuali tecnologie di riciclo funzionano egregiamente solo col polietilene, meno con le altre plastiche, specie se assemblate in modo composito. Ma soprattutto perché una quota elevata di rifiuti continua a essere dispersa nell’ambiente, arrivando poi inevitabilmente a finire in mare.

L’Italia, circondata com’è dalle acque, è fatalmente interessata dal problema. Secondo stime del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) nel Mediterraneo galleggiano 1,25 milioni di tonnellate di microplastiche, in gran parte provenienti dalla frammentazione di sacchetti della spesa. Per questo il nostro paese, per una volta all’avanguardia, è stato il primo a mettere fuorilegge le borse di plastica, sfidando il malcontento popolare. Un provvedimento analogo riguarderà, a partire dal 2019, i bastoncini per le orecchie, che potranno essere commercializzati solo più se composti da materiali biodegradabili, mentre dal 2020 sarà vietata anche la vendita di cosmetici e prodotti per l’igiene contenenti microplastiche. Altra nota positiva è che il nostro Paese arriva a una percentuale di riciclo del 45%, contro una media europea del 30% e appena un 10% negli USA.

Segno di una sensibilità ecologica in aumento nel nostro Paese, che infatti vanta l’unico museo in Europa dedicato interamente all’ambiente: è il MAcA (Museo “A” come Ambiente) di Torino, dove proprio in questi giorni troviamo un’esposizione dedicata specificamente al problema della plastica nei mari. È la mostra “Out To Sea? The Plastic Garbage Project”, allestita in collaborazione col Museum für Gestaltung Zurich di Zurigo, che affronta la problematica con rigore scientifico, ma in modo accessibile e fruibile anche dal grande pubblico, proponendo una serie di alternative e soluzioni praticabili per limitare l’uso della plastica.

Per chi fosse interessato ad approfondire, la mostra sarà aperta fino al 13 gennaio 2019. Il museo si trova a Torino in corso Umbria 90 ed è aperto dalle 9.00 alle 17.00 in settimana e dalle 14.00 alle 19.00 il sabato e la domenica.