Altro che tregua olimpica. Il proclama appendiniano “i rapporti sono ricuciti e siamo compatti a mandare avanti la candidatura della città” è durato meno di un giorno e si è sciolto, ironia della sorte, come neve al sole nel primo Consiglio Comunale utile. A nulla è servita la visita del vice primo ministro Luigi Di Maio e la tregua che il leader nazionale del Movimento 5 Stelle sembrava avere imposto al riottoso e turbolento gruppo consigliare si sta trasformando in agonia.

Non c’è altra parola infatti per rappresentare questo triste teatrino di quattro consiglieri poi diventati cinque poi in grado di contagiare gran parte della maggioranza per poi ridursi in Sala Rossa a tre irriducibili dissidenti più una serie di distinguo, di “vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, di graffi sui vetri e di “comunque Torino 2006 è stato un disastro”, che rischia di compromettere quell’unica possibilità che Torino si ritrova per provare ad “invertire la rotta”.

Un’agonia, innanzitutto, di natura istituzionale. Loro, i dissidenti, lo dicono chiaramente: “noi qui non rappresentiamo la città , ma rappresentiamo il Movimento”. Uno strappo istituzionale che fa a pugni con il sistema elettorale, con il mandato degli elettori che per molto meno di un terzo hanno sì votato i grillini, ma che per più del cinquanta per cento gli hanno assegnato la responsabilità di governarli e rappresentarli, pur avendo votato al primo turno altre liste ed altri partiti. E la maggioranza del Consiglio ha il dovere istituzionale di tenere conto di quale sia il sentimento e l’aspettativa della maggioranza dei cittadini.

Così come la giunta non può nascondersi dietro la foglia di fico di essere composta da tecnici: ben venga la loro competenza nelle materie di cui devono quotidianamente occuparsi, ma la giunta per definizione ha una natura politica, di governo e di rappresentanza della polis, della città, e non può esimersi dall’esprimersi in maniera collegiale e singolarmente, come non ha sin qui fatto, lasciando sola ed isolata la Sindaca, che prima ha dovuto ricorrere al sostegno degli affetti familiari e poi a quello degli affetti politici con, peraltro, ben magri risultati.

E poi c’è, evidente, un’agonia politica che ha ripercussioni sul merito. Proporsi ad un organismo come il Cio per ospitare un evento come i Giochi Olimpici obbliga ad una determinazione e ad un’unità di intenti che non contempla tentennamenti, distinguo, levate di scudi. Non ci si possono permettere trascinamenti o rinvii. Il Coni, e indirettamente il Cio, si sono già bruciati le dita con Roma, con la sindaca Raggi e con la sua maggioranza, guarda caso pentastellata come quella torinese. Con quale credibilità la città, rappresentata da una Sindaca isolata in Giunta e con la maggioranza in Consiglio che sta perdendo visibilmente pezzi per strada, si presenta oggi a Roma, e un domani a Losanna, per consegnare la propria disponibilità ad ospitare i Giochi?

Ma anche ci fosse concessa per miracolo un briciolo di fiducia, in virtù di una credibilità conquistata con l’organizzazione dell’edizione 2006 (con buona pace del consigliere Carretto, convinto che quell’esperienza sia stata un disastro a dispetto di quanto pensa l’opinione pubblica locale, nazionale ed internazionale), cosa succederebbe poi quando saranno resi noti i paletti che il Cio impone al Paese ospite, ironia della sorte sotto forma di un contratto da sottoscrivere, o i nomi degli sponsor, di solito note multinazionali spesso contestate da quelle aree che i consiglieri dissidenti dicono di rappresentare, in capo al Cio, che per garantirne gli investimenti il Comitato promotore locale deve appositamente, e a sue spese, coprire con una polizza assicurativa dal rischio che l’evento alla fine non si realizzi?

E poi c’è, infine, l’agonia a cui si sta condannando la città, una città che assiste incredula e sgomenta ad una contrapposizione tra una frangia assolutamente minoritaria di irriducibili No a tutto, Olimpiadi comprese, e una maggioranza tutt’altro che silenziosa di associazioni, realtà imprenditoriali, singole persone, insomma una intera comunità, che vede un sogno, una prospettiva, un’opportunità presi in ostaggio per questioni ideologiche e attraverso scaramucce di piccolo cabotaggio politico e partitico. Usando buone argomentazioni, come la difesa del suolo o le tematiche ambientali o la sostenibilità economica e sociale del progetto, solo per bloccare la proposta di candidatura anziché per renderla vincente.

Se si vuole davvero bene a questa città, se ci si vuole davvero impegnare per costruire occasioni di futuro e di rilancio per un’intera comunità, se si vogliono realizzare davvero progetti di riqualificazione urbana e provare ad offrire opportunità di crescita e di lavoro è tempo di smetterla coi giochetti ed iniziare tutti insieme a credere e a lavorare per portare i Giochi a Torino.

Kristian Egelund