Diciamocelo: un tempo quando si parlava di tormentone estivo il pensiero correva automaticamente verso un motivo musicale o al più verso il pettegolezzo del momento su qualche scandalo rosa o presunto tale.

Ora non più: l’argomento è diventato serio, maledettamente più serio.

Sì, perché piaccia o no l’attuale tormentone (non appaia irriguardoso definirlo tale) affonda purtroppo le radici nel Salvini-pensiero e nella sua ormai personalissima campagna contro l’immigrazione dall’Africa in l’Europa. Con tappa quasi obbligata in Italia.

Dove tuttavia – come confermano statistiche ufficiali e attendibili inchieste giornalistiche – ben pochi dei presunti “clandestini” vorrebbe mettere su casa perché puntano piuttosto verso altri Paesi: quelli, per intenderci, dove accoglienza e integrazione fanno parte della storia.

Non certo in quelli dove – pur essendo membri dell’Unione europea – sembra alzarsi sempre più vigoroso il gelido vento della xenofobia.

Un vento che in qualche modo dovrebbe far riflettere noi abitanti dello Stivale, magari nell’imbarazzante ricordo dei tempi (non poi tanto lontani, invero) in cui giusto dietro l’angolo di casa in molti locali pubblici, come bar e ristoranti, venivano affissi cartelli con l’umiliante scritta “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Esagerazioni? No, cronaca reale degli anni Sessanta dalla civilissima Svizzera, Paese che pur non avendoci mai formalmente aderito vede oggi i suoi cittadini equiparati a quelli dell’Unione europea. Onori senza oneri, insomma.

Quelli appena citati erano appunto gli anni nel corso dei quali anche dall’odierno laborioso e ricco Nord Est italiano – Veneto su tutti – partivano frotte di uomini e donne che quasi sempre finivano un po’ dovunque a fare gli sguatteri in cucina, i camerieri o le donne di servizio.

Mentre il bistrattato Sud continuava a sfornare manodopera poco acculturata destinata alle inumane fatiche nelle miniere del Belgio o nelle grandi fabbriche della Germania o in quelle del restante Nord Italia, dove l’espressione terun è sopravvissuta – perché negarlo? – fino a ieri o quasi.

Anzi, ad onor del vero, da qualche parte ancora sopravvive.

Soprattutto sulla bocca di quelli che oggi applaudono a scena aperta alla linea dura portata avanti dal ministro dell’Interno, talvolta con un’ostentata e inquietante arroganza che per certi aspetti ricorda tempi vivaddio lontani.

Tornando al punto è innegabile che il fenomeno dell’immigrazione dai Paesi africani abbia più sfaccettature interpretative e diverse chiavi di lettura.

Ma non necessariamente il tutto deve essere giocoforza portato dentro il ring del confronto politico (o partitico se si preferisce) più duro, dove a tutt’oggi l’elemento determinante sembra essere la visibilità mediatica a 360 gradi a discapito della logica e del senso di umanità che sembra scarseggiare.

Certo, sarebbe mera utopia pensare che l’Italia da sola possa reggere le conseguenze del crescente fenomeno migratorio; tuttavia liquidare il problema con la frettolosa etichetta della “clandestinità” è troppo facile. Soprattutto se lo si fa andando a caccia di consensi altrettanto facili.

Il fenomeno dell’immigrazione di massa dall’Africa viene liquidato con la lapidaria definizione di clandestinità

Naturalmente è innegabile che l’accogliere dentro i confini nazionali decine e decine di migliaia di disperati – perché tali sono nell’80% dei casi – porti con sé parecchi problemi di tipo logistico ed economico, dando allo stesso tempo la stura a voci in libertà sui mille e solo presunti benefici di cui godrebbero gli immigrati di colore.

Spesso o quasi sempre si tratta però di notizie prive di fondamento, fasulle. Insomma, per dirla con parole molto in voga (magari se ne fa abuso perché pronunciandole si dà l’idea d’essere uomini di mondo) non sono altro che volgari fake news.

Semplice e necessaria sintesi giornalistica, si potrà obiettare per giustificarne l’eccessivo utilizzo. Ma questa sintesi, talvolta comoda, ha una sua faccia nascosta, che non sempre fa onore al composito mondo dell’informazione. Già, proprio così. Infatti, in questo ubriacante susseguirsi di notizie e di slogan ad effetto l’intero fenomeno dell’immigrazione di massa dall’Africa viene ormai liquidato con la lapidaria definizione di clandestinità.

Lasciando quindi intendere che migliaia di uomini, donne, adolescenti e bambini – tanti bambini – mettano in gioco la loro vita con estenuanti viaggi per terra prima e per mare poi (arricchendo, questo sì, gli squallidi trafficanti di esseri umani) non per fuggire da carestie o guerre ma solo perché vedrebbero nell’Italia una sorta di leggendario paese di Bengodi, con i tetti d’oro e le strade di marzapane.

Purtroppo questa sorta di equivoco va coinvolgendo sempre più giornali e Tv che si limitano appunto – ah, benedetta sintesi – a titolazioni talvolta fin troppo suggestive. In particolare quando si tratta di giornali e giornalisti schierati che soffiano sul fuoco dell’emotività popolare e che probabilmente sono lì pronti a definire “radical-chic” questa nostra esposizione.

In altre parole, anche la stampa sembra avere le sue brave responsabilità in questo forse involontario tentativo di nascondere la testa sotto la sabbia, a mo’ di struzzi, per non voler vedere e dare conto di realtà magari scomode.

“Un silenzio inacettabile”

Quantomeno è questo ciò che emerge da un pressante appello alla riflessione lanciato da padre Alex Zanotelli, dinamico e indomabile missionario dei Comboniani (noti in origine come “figli del Sacro Cuore di Gesù”, laici facenti parte di questo movimento religioso fondato nel 1867, come Istituto delle Missioni per la Nigrizia, da monsignor Daniele Comboni, lombardo doc, nato a Limone del Garda) che nella sostanza invita i giornalisti ad andare oltre i luoghi comuni.

E lo fa sollevando con energica dialettica l’ipotetico tappeto sotto il quale più o meno quotidianamente viene nascosta buona parte di quella verità che si cela dietro il tanto sbandierato rischio di un’invasione africana.

Senza tanti giri di parole Alex Zanotelli, profondo conoscitore sul campo del cosiddetto Continente nero (a lungo e ancora oggi sfruttato), sgrana uno per uno i semi di un virtuale rosario del terrore, elencando le ragioni di questa grande, inarrestabile fuga di massa verso l’Europa.

Il suo – va detto – non è un atto d’accusa o un facile recriminare sui silenzi, quanto piuttosto un voler rinfrescare la memoria collettiva sui drammi che sconvolgono buona parte dell’Africa.

Ne emerge così un drammatico elenco di fatti e soprattutto misfatti dal quale diventa poi davvero azzardato liquidare il fenomeno dei barconi alla deriva sul mediterraneo con la salviniana e superficiale etichetta di “clandestinità”.

A mo’ di fiume in piena padre Alex Zanotelli, che è anche direttore della rivista “Mosaico di Pace”, dà sfogo alla sua inquietudine: «È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan, il più giovane stato dell’Africa, ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur», puntualizza.
E aggiunge: «È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa».
Ancora: «È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera. È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi».

Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro

Ma padre Alex Zanotelli con il suo appello scuoti-coscienze va ben oltre: «È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile».

Fin qui gli aspetti, diciamo così, più visibili.

Ma nelle parole del missionario comboniano c’è abbondante spazio anche per quelli meno visibili, forse non proprio confessabili: «Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ora i nostri politici gridano “Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

«Non conoscendo tutto ciò è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. E questo crea la paranoia della “invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi, che come risultato forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal Continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per arginare il fenomeno. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà! Tant’è che ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum, dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?».

Non è finita, perché in verità padre Alex Zanotelli punta il dito anche su un altro capitolo che imbarazza più persone, seppure su fronti diversi: «È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi», sottolinea il missionario, «Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!».
Già, armi e dintorni. Argomento questo che in Sardegna sta continuando ad alimentare polemiche al limite dello scontro sociale, come si può leggere nella scheda qui accanto.

 

La guerra di Domusnovas

Dal cielo dello Yemen piovono bombe. Lì, in questo lontano Paese affacciato sul Golfo di Aden, nell’estremità meridionale della Penisola araba, ormai da oltre tre anni si combatte senza sosta una cruenta guerra civile che si sta lasciando dietro un’interminabile teoria di morti e feriti.

Stando alle notizie più attendibili quel conflitto armato vede schierati, su fronti avversi, l’esercito governativo, i ribelli sciiti houthi, i miliziani diella sopravvissuta Al Qaeda nonché una coalizione di paesi arabi guidati dall’Arabia Saudita, che in larga parte confina a sud proprio con lo Yemen.

E se da quel cielo vengono giù le bombe da quello molto più vicino del sud ovest della Sardegna vengono giù le polemiche. Meno pericolose e devastanti dell’esplosivo, chiaramente, ma che si stanno lasciando dietro le poco piacevoli conseguenze di uno scontro sociale che va in crescendo.

Questo perché le bombe che cadono sullo Yemen sono prodotte, assemblate, in uno stabilimento bellico di Domusnovas, piccolo centro (poco più di 6100 abitanti e patria di una moltitudine di immigrati) posto ai margini della statale 130, la strada che partendo da Cagliari, capoluogo dell’Isola, collega le sub regioni storiche del Sulcis e dell’Iglesiente.

Così, se in quel remoto stato arabo si combatte una guerra guerreggiata qui si combatte quella che in fondo non è nient’altro che una guerra fra poveri tra coloro che vorrebbero vedere chiusa, sprangata, la “fabbrica delle bombe” e quanti all’interno di quello stabilimento bellico ci lavorano.

E paradossalmente si tratta per di più di una guerra combattuta, seppure in senso figurato, in uno dei territori più poveri – il Sulcis-Iglesiente appunto – di una regione, la Sardegna, già di per sé povera di risorse e di insediamenti produttivi e con numeri quasi da record in termini di disoccupazione.

Sintetizzando al massimo le cose stanno cosi: conosciuto in passato più per i suoi trascorsi minerari (in particolare cave), per quelli agricoli e per qualche perla paesaggistico-ambientale (su tutto la lunga, suggestiva e percorribile grotta di San Giovanni) il paese di Domusnovas si è ritrovato catapultato suo malgrado sul proscenio nazionale e non solo perché non lontano dal centro abitato sorge lo stabilimento della Rwm, emanazione del gruppo tedesco Rheinmetall defense, che produce appunto armi e le esporta praticamente ovunque. Comprese quindi le bombe fabbricate in Sardegna e acquistate soprattutto a pronta-cassa con gli inesauribili petroldollari dell’Arabia Saudita.

Morale, in tempi più o meno recenti sono cominciate a circolare immagini scattate nello Yemen che di fatto confermavano come a monte di un “accordo commerciale” che profuma di morte c’erano appunto gli ordigni che arrivavano e ancora arrivano da Domusnovas. Ovvero le stesse che escono da quello che un tempo era lo stabilimento della Sarda esplosivi industriali che produceva le mine destinate alle miniere del Sulcis-Iglesiente.

Questo accadeva quando ancora la crisi non aveva messo in ginocchio l’intero settore. Crisi che ha segnato duramente il territorio, così che quando poco meno di vent’anni fa all’orizzonte è comparsa la Rheinmetall defense pronta a rilevare quell’azienda ormai decotta nessuno pensava che tanto tempo dopo il paese sarebbe finito nel mirino dei movimenti pacifisti, promotori di partecipate manifestazioni di protesta e anche autori di recentissimi ricorsi alla magistratura, perché sostengono con forza che Domusnovas va inserito nel triste elenco dei siti dove “si fabbrica morte”.

E qui sta il punto. Senza entrare nel merito dei torti o delle ragioni il risultato inequivocabile è che da una parte c’è un crescente movimento d’opinione (nelle cui fila pare militi anche qualche esponente politico che in passato non aveva brillato più di tanto in fatto di sensibilità pacifista) totalmente contrario alla presenza della Rwm; dall’altro ci sono i dipendenti di quell’azienda (stimati in circa 270) pronti a difendere con unghie e denti i loro posti di lavoro. Per amore di chiarezza va aggiunto che non sono soli: al loro fianco si sono schierati amministratori locali, sindacalisti e parte della popolazione.

Infatti, se nel lontano Yemen la guerra si combatte a suon di bombe qui va avanti tra accuse e contraccuse di chi paradossalmente deve scegliere fra coscienza e lavoro. (pmc)

foto di copertina di Benny Jackson