Emiliano Mondonico se n’è andato. È facile immaginare il vuoto nei cuori granata.

Con lui in panchina agli inizi degli anni Novanta il Mondo riaprì il libro dei sogni che il Toro aveva malinconicamente riposto in un cassetto, dopo stagioni deludenti e mortificanti, comprensive del declassamento iin serie B.

E con lui i granata ritornarono a vivere in un Mondo in cui il colore della maglia era prima nell’orgoglio che nei muscoli. Come nella serata del 19 giugno 1993, con la Coppa Italia stretta tra le mani, dopo diciassette anni di astinenza da un trofeo. Che il Mondo avrebbe potuto sollevare nella notte di Amsterdam nel 1992, finale di Coppa Uefa contro l’Ajax, se non vi fosse stato un arbitro dal visus ridotto al limite della cecità sa negare un rigore netto.

Così al Mondo non rimase la rabbia nel sollevare al cielo una piu modesta e incolpevole sedia.
Il Mondo è stato anche l’uomo degli estremi. Severo e metodico da allenatore, quanto ribelle al limite dell’inconcludenza da giocatore. Quando arrivò ventunenne al Toro nella stagione 1968, un immenso numero 7 se n’era andato da poco piu di un anno. I tifosi granata attendevano un altro Gigi Meroni cui gettare sulle spalle un’eredità così pesante. Un’attesa quasi messianica.

Fu così anche per Mondonico non ancora Mondo, implume e imberbe, e forse ancora troppo viziato dalla presunzione della sua giovane età. Con Edmondo Fabbri, il ct. della figuraccia contro la Corea del Nord ai mondiali del 1966, ripescato da Orfeo Pianelli (solo un giocatore di poker come il presidente del Toro avrebbe potuto scommettere sull’allenatore più malvisto d’Italia) Mondonico raramente si prese.

Discontinuo, indisciplinato tatticamente, Fabbri gli preferì Rampanti e Carelli. In due stagioni giocò poco e segnò ancora meno. Il destino aveva per lui in serbo altra gloria.

Ma non solo quella, purtroppo. Addio grande Mondo antico.